Turandot, nessun dorma nell’ultimo atto!
Nel giardino della reggia per un notturno gravido d’attesa, solcato dagli echi delle voci degli araldi che diffondono la volontà di Turandot: tutti veglino e cerchino di conoscere il nome del principe ignoto. Anche Calaf veglia e ascolta «come se quasi più non vivesse nella realtà», proiettato ormai verso la vittoria definitiva dell’alba e del bacio a Turandot («Il nome mio nessun saprà/ sulla tua bocca lo dirò/ quando la luce splenderà»). È questa l’occasione per la tipica aria tenorile pucciniana, di grande slancio lirico (“Nessun dorma”). Per carpire il nome del principe ignoto, e salvarsi così dall’efferata vendetta di Turdandot, i tre ministri gli offrono l’amore di fanciulle bellissime e procaci, la ricchezza, la gloria di essere stato il solo vincitore della spietata principessa. All’ennesimo rifiuto del principe, un gruppo di sgherri introduce Timur e Liù logori e insanguinati, sospettati di essere a conoscenza del nome segreto. Liù, però, non è disposta a tradire Calaf e, lei piccola schiava, affronta con determinazione la principessa di gelo (“Tanto amore segreto” e “Tu che di gel sei cinta”), la tortura e il suicidio per dare la vittoria all’uomo che ama. Il compianto accorato di Timur e di Calaf sul corpo di Liù morta avvia il mesto corteo funebre, che sta in parallelo con quello per lo sfortunato principe di Persia nel primo atto. (Fin qui la parte dell’opera che Puccini riuscì a portare a termine prima della morte il 29 novembre 1924; la partitura dell’ultimo episodio, quello cruciale in cui la principessa è scossa e trasformata dall’amore, fu realizzata in seguito da Franco Alfano, sulla base dei fogli di abbozzi pucciniani.) All’uscita della folla, Turandot e il principe ignoto rimangono soli, l’uno di fronte all’altra. Calaf con l’impeto della passione riesce a baciare la principessa, la quale, come trasfigurata, rimane senza voce, né forza, né volontà. Ormai si levano le prime luci dell’alba, e Calaf rivela il proprio nome a Turandot, dopo che essa gli ha confessato il «brivido fatale» da cui fu colta al suo arrivo, l’odio e l’amore suscitato in lei dalla sua «superba certezza».Quadro secondo. È un quadro brevissimo, che funge da epilogo all’opera: l’imperatore, circondato dalla corte, dai dignitari, dai sapienti e dai soldati, si presenta alla folla insieme a Turandot e al principe non più ignoto. La principessa annuncia di conoscere finalmente il nome dello straniero: «amore».
Grandi pagine di musica, di poesia, di struggimento dell’anima e del cuore!!








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